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Avviso ai naviganti: meglio tenere il passaporto a portata di mano. Perché la corrida diplomatica e politica tra Italia e Spagna nell'arena di Schengen è destinata a durare....
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Il Fatto Quotidiano
Intelligenza artificiale, come e perché “barano” tutti gli agenti (soprattutto i migliori). Flora: “Più il modello è capace, più è bravo a trovare scorciatoie”
Tutti gli agenti barano, soprattutto i migliori. Talvolta rubano password, violano sistemi informatici, si dedicano al furto d’identità, aprono profili e account falsi per comunicare e manipolare persone reali. Parliamo di Intelligenza artificiale, in particolare delle applicazioni fondate sui modelli più avanzati di Anthropic e OpenAI: ovvero gli agenti, in grado di decidere e agire online. Occorre una precisazione: l’Ia non pensa e non conosce, quindi non può barare e neppure decidere, limitandosi a mettere in relazioni numeri con modelli statistici. Useremo dunque questi termini solo per esigenze di comprensione. Gli agenti Ia, quando l’algoritmo “decide” e agisce” Nell’ultimo anno si sono moltiplicati gli allarmi dopo alcuni incidenti nei test di sicurezza. Nella sua newsletter Matteo Flora, docente di Sicurezza delle AI presso ESE (European School of Economics) ha raccolto l’intero catalogo dei report, con gli agenti impegnati a “ingannare, ricattare, esfiltrare, disabilitare meccanismo di controllo”. Eppure, gradualmente, iniziano a entrare nelle routine di aziende e organizzazioni. Gli agenti leggono e scrivono mail e messaggi in chat. Cercano tutto ciò che un utente desidera: un volo o un biglietto per una prenotazione, prima confrontano i prezzi poi procedono all’acquisto. Possono perfino ordinare un bonifico bancario, con i vincoli opportuni. Nel peggiore dei casi, invece, decidono di raggiungere lo scopo ignorando leggi e regole etiche. Matteo Flora delimita il problema: “Questi comportamenti si osservano in test costruiti apposta per farli emergere, con i guardrail e i vincoli di sicurezza disattivati di proposito. Metti il sistema in condizioni estreme, gli togli le protezioni, gli forzi obiettivi conflittuali, e guardi cosa fa. Serve esattamente per costruire le difese dopo”. L’analogia, secondo l’esperto, è il crash test delle automobili: “Dice qualcosa sulla fisica della lamiera, non su cosa fa un’auto in tangenziale. Chi confonde i due piani sta vendendo panico”. Tuttavia c’è una parte di marketing, nella narrazione: “Il fenomeno è reale e strutturale, ma la cornice dell’AI-che-si-ribella è uno strumento di posizionamento industriale, per dimostrare di essere più avanti dei competitor”. Abbiamo messo in rassegna gli ultimi incidenti informatici, spiegandone le cause. Tutti i casi (o quasi) rientrano nella categoria dello specification gaming o reward hacking. Cosa significa? In soldoni, l’agente “bara” trovando la via più breve per eseguire la missione, utilizzando scorciatoie poco o per nulla rispettose delle norme e dei principi morali. L’ultimo episodio è avvenuto in Gran Bretagna, durante i test di sicurezza di un ente di ricerca governativo, l’AI Security Institute. I test su Mythos 5 di Anthropic e GPT 5.6 Sol di OpenAI: l’agente finge una falsa identità L’incidente informatico è stato rilevato il 28 luglio, durante le prove su Mythos 5 di Anthropic e GPT 5.6 Sol di OpenAI. Le azioni malevole erano iniziate tre giorni prima. Agli agenti Ia era stato affidato il compito di risolvere un problema arduo e complesso di cybersecurity, con accesso a internet e senza i consueti filtri di sicurezza per impedire azioni rischiose. Secondo i ricercatori, gli agenti hanno mostrato un comportamento ingannevole senza precedenti, contro persone e organizzazioni reali, in 10 test su 122. Sono state registrate 19 azioni di tal genere: 17 attribuibili a Mythos 5, due a Gpt 5.6. “Nel caso più grave, un agente ha tentato di inserire codice dannoso in un progetto open source. Nel tentativo di ottenere l’approvazione del codice, ha messo in atto tecniche di ingegneria sociale, creando false identità online e utilizzandole per fare pressione sul responsabile del progetto affinché approvasse il codice. Un responsabile umano ha individuato l’errore e si è rifiutato di approvare il codice dannoso”. Una falsa d’identità in piena regola per sabotare un progetto informatico collettivo e open source. “E’ la prima volta che vediamo i rischi legati all’autonomia e all’inganno manifestarsi in modo così chiaro, senza sollecitazioni specifiche, nel mondo reale”, scrivono gli esperti dell’Aisi. Sottolineano la collaborazione degli agenti nel progetto truffaldino grazie alla condivisione di profili falsi: “Un agente ha lasciato messaggi pubblici su GitHub offrendo collaborazione ad altri agenti che lavoravano alla stessa sfida. Ha inoltre fornito istruzioni per utilizzare account e artefatti che aveva lasciato, che sono stati scoperti e utilizzati da agenti successivi”. Non è affatto la prima volta che agenti Ia collaborano nel “barare”. Le ricerche di OpenIa, gli agenti collaborano per “barare”: il caso Hugging Face Il 21 luglio è OpenAI a diramare i risultati dei suoi test. Anche in questo caso gli agenti, per trovare la soluzione nel modo più rapido, sono sbarcati sulla rete. Ma stavolta per un errore dei ricercatori. A quel punto hanno individuato “buchi” nella sicurezza informatica di organizzazioni reali, compromesso sistemi, collaborando e scambiandosi messaggi. Gli ultimi dettagli sono giunti il 5 agosto sulle pagine di Wired, dopo il racconto degli specialisti Eric Wallace e Michael Dalton sul palco dell’evento cyber Black Hat, a Las Vegas. Il test, appartenente alla categoria degli ExploitGym, serviva a misurare le capacità offensive degli agenti nel campo della cybersecurity. Per questo erano disattivati alcuni filtri di sicurezza. Così, l’agente ha “bucato” la sandbox (il recinto del test) ed è entrato in internet, per “andare a prendere le soluzioni direttamente dal database di produzione dell’azienda che ospitava il test”, scrive Flora nella nella sua newsletter. Ovvero Hugging Face. Risultato: 17.600 azioni tra il 9 e il 13 luglio, con “due catene di vulnerabilità sfruttate in successione, database svuotato”, prosegue Flora. Le ultime rivelazioni da Las Vegas, da parte di OpenAI, sottolineano l’aspetto collaborativo del “barare”, da parte degli agenti, con la condivisione di centinaia di migliaia di messaggi in una sorta di bacheca. Secondo Wallace e Dalton, alcuni agenti hanno temuto la presenza di un impostore tra di loro proponendo una firma crittografica come prova dell’identità. Sapevano di superare il recinto a protezione del test, ma hanno proseguito in virtù di due ragioni: era la via migliore (forse l’unica) per raggiungere lo scopo, mentre altri agenti la stavano già imboccando. La revisione di Anthropic, tre incidenti di agenti della famiglia Claude: malware in una libreria pubbliche, violazione di database Il caso Hugging Face ha spinto Anthropic ad approfondire le valutazioni sui suoi test di sicurezza. Così, il 28 luglio, sono emerse le violazioni condotte ad aprile. Su 141mila sessioni, in sei esecuzioni sono stati rilevati tre incidenti, attribuibili ad altrettanti agenti basati su modelli Claude. Gli agenti erano impegnati in missioni “capture the flag”, esercizi di sicurezza informatica con lo scopo di trovare le vulnerabilità nascoste in un sistema o software. Per un errore di configurazione sono usciti dal “perimetro” navigando in rete, ritenendo che fosse parte del test. Nel primo incidente, l’agente basato sul modello Claude Opus 4.7 ha colpito un’azienda reale con lo stesso nome del bersaglio simulato, estraendo password e guadagnando l’accesso a banche dati. L’episodio più grave secondo Anthropic. Il secondo incidente ha coinvolto l’agente collegato a Mithos 5. In tal caso, un codice dannoso è stato scritto e caricato sull’archivio pubblico per distribuire programmi e componenti nel linguaggio Python. Prima, l’agente si è premurato di aprire un account di posta elettronica, condizione necessaria per l’upload sulla library. Il malware è rimasto disponibile al pubblico per circa un’ora. Nel terzo incidente, un agente legato ad un modello sperimentale della famiglia Claude ha scandagliato circa 9.000 bersagli reali nella rete internet, dopo aver fallito l’individuazione del target nel perimetro del test. Poi ha utilizzato una SQL injection, una tecnica per impartire ordini non autorizzati a una banca dati, attraverso i campi di un’applicazione. Infine ha interrotto l’attacco, dopo aver realizzato di essere fuori dal recinto del test. Reward Hacking, tutti gli agenti barano (soprattutto i più evoluti) I casi esposti sono avvenuti nell’ultimo anno, ma la lista è più lunga. Matteo Flora cita i test di Anthropic del maggio 2025, sul modello Claude 4: l’agente “viene informato che verrà sostituito, e riceve accesso a email compromettenti sull’ingegnere destinato a rimpiazzarlo. In una frazione significativa dei casi, tenta il ricatto”. In tal caso, “si tratta di agentic misalignment, autoconservazione strumentale: così la chiama Anthropic nel suo report”, dice Flora. Secondo l’esperto, tutti gli altri sono casi di Reward hacking. “Accade in qualsiasi sistema che ottimizza verso un obiettivo misurabile: prima o poi l’agente Ia impara a massimizzare la misura, non l’obiettivo vero. È la legge di Goodhart applicata all’AI. Matematica, non malizia”, spiega Flora. Coma mai il “bug” è presente in gradi diversi in tutti i modelli Ia più avanzati? “Più è capace, più un modello è bravo a trovare la scorciatoia. Un sistema che sa leggere il contesto e pianificare più mosse avanti ha semplicemente più opzioni sul tavolo. Non è un difetto di un vendor specifico, è quello che emerge quando cresce la capacità”, prosegue l’esperto. Dunque il “barare” è una caratteristica strutturale e ineliminabile, ad oggi? “Sì, l’addestramento a ricompense è la fabbrica del fenomeno: il modello impara a piacere a un “giudice” automatico che è a sua volta un’approssimazione, con i suoi bug e le sue scorciatoie sfruttabili”. Accade pure agli umani, di barare, quando vengono cresciuti ed educati con un’unica religione: competere per raggiungere lo scopo, a qualsiasi costo. L'articolo Intelligenza artificiale, come e perché “barano” tutti gli agenti (soprattutto i migliori). Flora: “Più il modello è capace, più è bravo a trovare scorciatoie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Fatto Quotidiano
“Smartphone e social? Lo chiamano progresso, ma l’intelletto tra i giovanissimi regredisce”: il dibattito dagli Usa all’Europa, tra petizioni e timori
Lo chiamano progresso, ma forse smartphone e social network ci rendono stupidi. Nasce il dubbio leggendo l’articolo dal titolo: “I miei studenti non sanno leggere. Il declino generazionale dell’alfabetizzazione è misurabile, persistente e probabilmente destinato a peggiorare”. Firmato dal docente Tyler Jagt sulla prestigiosa rivista accademica Chronicle of higher education, l’articolo pubblicato a giugno espone l’inquietante regresso dell’istruzione americana citando dati ufficiali sul declino delle capacità di lettura e scrittura. Prima gli studenti universitari leggevano 20 pagine di fila, dice Jagt, oggi “nessuno finisce il compito”. Ha collezionato milioni di visualizzazioni un video con dei liceali di Philadelphia mentre stentano a leggere, girato da una studentessa della scuola. Jagt punta il dito dritto contro lo smartphone, per spiegare il declino intellettuale. Ma il dibattito sull’istruzione e le conseguenze dei nuovi media non è confinato agli Usa. Svezia e Norvegia sono tornati a carta e penna nelle scuole elementari, perché i dati mostrano il declino dei risultati dall’ingresso in aula degli strumenti digitali. In Italia il ministro Valditara ha vietato l’uso dello smartphone e incoraggiato il ritorno al diario cartaceo, al posto del registro elettronico. Uno studio dell’Università Bicocca pubblicato pochi giorni fa mostra i nefasti effetti dell’uso dei social network sui risultati scolastici in matematica e italiano. Mentre langue in Parlamento il disegno di legge n. 1136 per vietare ai minori di 15 anni l’uso dei social network, 150 mila firme su change.org invocano lo sbarramento per i più giovani. Una delle dieci petizioni è stata lanciata da tre madri e prof delle scuole medie: si chiamano Paola Sini, Fabiana Casula, Marina Sadda. Tre docenti sarde lanciano l’allarme: “Attenzione ridotta, linguaggio impoverito, emozioni fuori controllo. Subito il divieto social per i minori di 15 anni” “Smartphone e social rischiano di condurre al declino l’intelligenza dei nostri figli”, dice a ilfattoquotidiano.it il terzetto di docenti. Ciascuna ha insegnato per circa 20 anni in una scuola di Sassari. La lente genitoriale e l’orizzonte didattico offrono loro l’identico e panorama: tenere i ragazzi distanti dai dispositivi e dalle piattaforme è una battaglia estenuante, sul confine dell’impossibile, mentre i risultati scolastici peggiorano. Ad esempio in matematica: “pochissimi in prima media sanno già le tabelline, niente moltiplicazioni e divisioni, prima arrivavano molto più preparati. Ora bisogna perdere mesi per insegnargli le operazioni”. Il declino è anche in italiano: “Leggevamo in classe anche 20 pagine filate, fino a pochi anni fa, oggi ce lo sogniamo perché dopo 5 minuti i ragazzi devono fermarsi, non ce la fanno a proseguire, è un limite quasi fisiologico”, raccontano in coro Paola, Fabiana e Marina. Anche per questo hanno lanciato la petizione online chiedendo alla politica di tutelare i ragazzi sbarrando la strada ai social network fino a 16 anni. Non danno tutta la colpa alla tecnologia, ma ai loro occhi gli effetti di social e smartphone sono lampanti: “Alcuni studenti si accovacciano sul banco sin dalla prima campanella, sonnolenti e quasi dormienti, perché la notte usano il telefono invece di dormire”. Il linguaggio dei ragazzi è impoverito, le loro emozioni esplodono, l’attenzione dura un lampo. “Dopo 5 minuti di lettura o spiegazione bisogna fare pausa, senza se e senza ma, perché non riescono più a seguire nulla”, raccontano le prof. “Durante le lezioni hanno sempre bisogno di fare altre cose, in costante multitasking”, prosegue il trio. Ad esempio? “Svuotano l’astuccio, tolgono e rimettono il tappo della penna a ripetizione. Bevono in modo compulsivo, le borracce sembrano diventate i loro ‘ciucci’, quasi un calmante, con il risultato che hanno sempre bisogno di andare al bagno”, concludono le prof in tono preoccupato. Le nuove leve appaiono ipersensibili: “Rimproveri banali li scuotono con reazioni esagerate, attacchi di ansia, prima non era affatto così”. Le tre docenti citano un’altra novità: l’imitazione a scuola delle challenge (le sfide) in voga sui social. Una ragazza è stata colta durante atti di autolesionismo nel bagno dell’istituto, mentre si tagliava con il temperino. Un’altra si è lanciata in avanti nell’attesa che i compagni la afferrassero, come nelle clip virali: invece si è rotta un dente sbattendo la faccia a terra. Intanto, il lessico degrada e si fa scarno. “Quando facciamo lezione e spieghiamo i concetti molti ragazzi non ci capiscono, perché non conoscono le parole: leggono poco e il linguaggio si è impoverito”, dicono le insegnanti. Cosa accade quando proponete la lettura di un libro? “Si apre una battaglia”, lamentano le prof. “Gli alunni più seguiti dai genitori accettano volentieri, altri si rifiutano totalmente”. E se s’insiste? “Leggendo in classe, insieme, nasce la discussione e molti si interessano, ma è molto difficile arrivare fin lì”. Paola, Fabiana e Marina tracciano una linea nel tempo: “Dieci anni fa si leggeva serenamente, anche 20 pagine filate, ora ce lo sogniamo”. E’ l’effetto del calo dell’attenzione: un video sui social deve catturare l’attenzione in tre secondi, altrimenti l’utente passa ad altro. “Non solo i libri, i ragazzi non riescono a sopportare neppure la durata lunga di un film, così vedono solo le serie con episodi da mezz’ora o un’ora al massimo”, raccontano le docenti. Il declino dell’istruzione negli Usa: uno su tre sotto il livello base di lettura Sull’altra sponda dell’Atlantico, in America, anche il professor Tyler Jagt lamenta il calo dell’attenzione degli studenti. I suoi, tuttavia, sono all’ultimo anno delle high school, ad un passo prima dell’università. Nessuno di loro è riuscito a leggere uno scritto di 20 pagine. Eppure, “era della stessa lunghezza che avevo assegnato per cinque anni”. Un ragazzo ha confessato al docente: “era troppo lungo e continuavo a perdere il filo del discorso”. Non sono casi isolati, secondo Jagt, perché “i dati hanno raggiunto gli aneddoti. C’è un crollo misurabile e generazionale nella lettura e nella scrittura”. Il docente cita i risultati dell’indagine Naep pubblicati a settembre 2025. Tra gli studenti all’ultimo anno delle scuole superiori, solo uno su quattro (il 24 per cento) è “competente” nella scrittura dei testi. Uno su cinque (il 21 per cento) è sotto il livello base, appena 3 su cento possiedono abilità avanzate. Quasi uno su tre (il 32 per cento) non sa “trarre conclusioni generali basate su concetti presentati esplicitamente in un testo”: dunque è sotto l’asticella del livello “base”, nell’abilità della lettura. Il punteggio “più basso mai registrato da quando la valutazione è iniziata nel 1992”. Lo studioso punta il dito dritto contro lo smartphone, come una delle cause fondamentali, per l’attenzione ridotta a brandelli dagli stimoli incessanti di notifiche e messaggi. “Quando uno studente mi dice di ‘perdere continuamente il filo’ di un articolo di 20 pagine, devo riconoscere che potrebbe star descrivendo una condizione neurologica misurabile. I percorsi neurali che supportano l’attenzione sostenuta si costruiscono con l’uso e si atrofizzano senza di esso. Il tuo corpo è un sistema ‘usalo o lo perdi’, e il cervello non fa eccezione”. Tra le cause del declino, Jagt indica anche l’uso dell’Intelligenza artificiale per ottenere risposte rapide, senza alcuno sforzo intellettuale. La pandemia, secondo l’accademico, ha accelerato e approfondito l’adozione del digitale nella didattica. “Negli Stati Uniti assisto da tempo ad un profluvio di articoli allarmanti sull’istruzione in declino, dalle elementari all’università, con i ragazzi che tendono ad abbandonare la lettura”, dice a ilfattoquotidiano.it il professore del Politecnico di Torino Juan Carlos de Martin. “Leggo di bambini di sei anni con difficoltà di parola, mentre impugnavano lo smartphone già nel passeggino”, prosegue l’esperto. La divisione di classe: ricchi e rampolli di big tech usano carta e penna Secondo De Martin e Jagt, tuttavia, c’è una divisione di reddito. Per i poveri e il ceto medio l’istruzione è digitale. Per i figli dei ricchi e i rampolli di Big Tech, invece, la scuola è rimasta all’antica: niente schermi, solo carta e penna. “C’è un taglio di classe, da anni uomini come Steve Jobs vietano ai figli l’uso dei dispositivi prima di una certa età, di solito 14 anni, e pongono limiti all’uso delle tecnologie, soprattutto a scuola”, dice il docente del Politecnico. Milena Gabanelli ha messo in fila i nomi di chi pone vincoli e divieti alla prole: oltre all’inventore dell’iPhone, la lista include Bill Gates (fondatore di Microsoft), Sundar Pichai (amministratore delegato di Alphabet e Google) Satya Nadella (amministratore delegato di Microsoft) Chris Anderson (ex editore di Wired e amministratore delegato di 3D Robotics), Evan Williams (co-fondatore di Twitter), Tim Cook (amministratore delegato di Apple), Susan Wojcicki (Ceo di YouTube), Evan Spiegel (co-fondatore e amministratore delegato di Snapchat). I manager della silicon Valley preferiscono le “Waldorf Schools”, per i loro figli, cioè le scuole steineriane: niente schermi né strumenti digitali. Anche i paesi scandinavi (come Svezia e Norvegia) stanno riportando carta e penna nelle scuole abbandonando iPad, smartphone e computer. Eppure sono stati i primi a scommettere sui nuovi media nel campo dell’istruzione. “10 anni fa dicevano che l’eBook avrebbe sostituito la carta ma invece tiene ovunque”, dice De Martin. Secondo lui, il libro è insostituibile per coltivare l’attributo fondante dell’intelligenza: l’abilità della concentrazione profonda e prolungata; ovvero, resistere alle distrazioni. “Come forma lunga mi batto da sempre per la centralità del libro, l’unico strumento per scendere nella profondità dei concetti”, prosegue il docente. “Se alleviamo una generazione che non sa leggere un volume per intero, è una catastrofe culturale e politica”, avvisa l’esperto. Secondo Umberto Eco certe tecnologie sono insostituibili e resistono ad ogni progresso tecnico, perché migliorarle è quasi impossibile. Ad esempio il cucchiaio, la ruota, il martello, la pentola, la bicicletta. Infine il libro: per coltivare l’intelligenza umano, non c’è nulla di meglio. Per mandarla al macero, si moltiplicano gli strumenti. L'articolo “Smartphone e social? Lo chiamano progresso, ma l’intelletto tra i giovanissimi regredisce”: il dibattito dagli Usa all’Europa, tra petizioni e timori proviene da Il Fatto Quotidiano.
BBC News
Spain imposes border controls against Italy as row over Ceuta migrant influx intensifies
Italy introduced border controls following an influx of about 78,000 migrants from Morocco into the neighbouring Spanish exclave of Ceuta.
BBC News
Spanish police arrest 78 people in bust of 'one of largest' smuggling networks
The group moved synthetic drugs from Spain to Algeria, then used the return journey to smuggle migrants and weapons.
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World number one Sabalenka upset by Alexandrova at Canadian Open
Ekaterina Alexandrov took down four-time Grand Slam singles champion Aryna Sabalenka in a three-set marathon in Toronto.
Al Jazeera – Breaking News, World News and Video from Al Jazeera
Israel announces tender for 627 settler units in occupied West Bank
New settlement tender in West Bank deepens Israeli efforts to sever Palestinian ties to Jerusalem, officials warn.